Jacques Derrida

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ONTOLOGIA ANSIOSA
[i]
Maurizio Ferraris

Rivista di estetica
, n.s., 27 (3 / 2004), XLIV, pp. © Rosenberg & Sellier

 

 

«Tutto, si sa, la morte dissigilla», scriveva Vittorio Sereni. Sicuramente esagerava, restano dei segreti, ma una cosa la vedo meglio oggi. Capisco perché Derrida, che parlava così bene, leggesse tutto. Il fatto è che voleva che tutto restasse nel tempo e si disseminasse nello spazio, è il motivo di fondo della sua valorizzazione della scrittura, sulla scia della Origine della geometria di Husserl.

Ma non è il solo movente, lo sappiamo: ogni suo scritto era un testamento e una confessione. Era una risposta – con Agostino – alla domanda «perché confessarsi a Dio che sa tutto?» Come il suo conterraneo africano, per Derrida si trattava di fare la verità, non solo nel proprio cuore, ma «in stilo autem meo coram multis testibus».

Vorrei che un poco anche queste pagine confessassero e facessero la verità, ed è per questo che decido di scriverle, e di leggerle, in questa trigesima, in questa liturgia laica e accademica in memoria di Derrida.

 

Ansioso come tutto

Il 12 ottobre, al suo funerale, Derrida ha lasciato scritto, in un breve messaggio letto dal suo figlio maggiore, Pierre, di essere allegri, e che ci benediva tutti. E l’ultima volta che lo vidi in vita, il 18 luglio, a Meina, a un seminario organizzato dal suo grande amico Valerio Adami, in un battibecco con Edouard Glissant, gli aveva detto «lei sa che non deve prendermi troppo sul serio». Eseguo la consegna, e inizio raccontando un aneddoto e una barzelletta.

Ne racconterò altri, di aneddoti, perché la mia amicizia con Jacques è retrospettivamente scandita da aforismi della vita o da detti memorabili non scritti, da parole volatili, e che dunque, diversamente dagli scritti, possono sparire, adesso che quell’amicizia non è finita, per me, ma difetta di un elemento essenziale – non c’è bisogno di citare l’Etica nicomachea e neanche Politiques de l’amitié per capirlo – e cioè la reciprocità. Sono aneddoti dispersi nel tempo e nello spazio: un quarto di secolo e da Napoli a Lovanio, o da Irvine (dove era lui) a Città del Messico (dove ero io), la volta che abbiamo fatto una videoconferenza. Devo selezionare, è ovvio.

Primo aneddoto, allora. Tutte le estati, a fine agosto, Derrida andava con la moglie a Villefranche sur Mer, era anche un modo per vedere la famiglia di lui che abitava a Nizza, lì vicino. Andavano all’albergo Flore, e una volta – tardo agosto 1997 – io, che ero ospite del mio amico (e suo e mio allievo) Giuseppe Motta, che aveva una casa a Villefranche (luogo carico di ricordi, Nietzsche, Paneth, Freud: anche Andreotti, a dire il vero…) abbiamo passato la giornata con Jacques e Marguerite.

A tavola ha raccontato una delle sue barzellette che esprimevano al meglio la sua ontologia ansiosa. La fattoria degli animali decide di fare un pic nic. Partono tutti, e arrivati nel posto prescelto si accorgono di avere dimenticato l’apriscatole. Chi va a prenderlo? Si offre la tartaruga, che avverte: «guai però se incominciate a mangiare prima che torni». Gli animali sono perplessi, ma d’altra parte nessuno ha voglia di andare fin laggiù, dunque la lasciano partire. Passa un’ora, ne passano due, poi tre, si fa quasi sera, e la tartaruga non torna. A un certo punto la papera dice «forse potremmo mangiare almeno l’antipasto», il cane si rifiuta, il gatto ci sta, ci sta la capra, gli animali si avvicinano agli affettati. E da un albero in fondo alla radura sbuca fuori la tartaruga: «Guardate che se incominciate a mangiare io non vado».

Ecco l’ontologia ansiosa. Che cosa intendo con questa espressione? Da una parte, qualcosa di molto comune. Era ansioso, come tanti, forse come tutti, ma certo più di tanti, forse più di tutti. Insomma, era ansiosissimo. Arrivava in aeroporto con ore di anticipo, tante volte gli è capitato di riuscire a prendere il volo precedente, per esempio quando andava da Parigi a Nizza per assistere sua madre in coma. (C’è una qualche ironia, perché lui, che alla fine ha viaggiato più di un pilota, aveva avuto per molto tempo paura di volare, le prime volte che è andato in America ci è andato in nave…)

Quando, nell’ottobre del 1998, a Torino gli abbiamo dato l’honoris causa in filosofia, dopo aver letto il suo testo (che sarebbe poi diventato L’université sans condition), e prima che andassimo in campagna per festeggiare – pic nic degli animali? –, Marguerite ha detto a Valerio Adami e a me che Jacques le aveva domandato se le era piaciuta la lectio magistralis, e che lei aveva risposto di sì. E Jacques: «Davvero?», e Marguerite: «Sì, certo», e Jacques: «Mi è parso di cogliere una certa esitazione nella tua risposta…».

 

Salvare

Ma queste sono ansie aspecifiche. Veniamo all’ansia fondamentale. Temeva di perdere i suoi testi, conservava tutto, fotocopiava. Era anche contento del fatto che Irvine, che aveva preso gli originali dei suoi scritti dal 1946 (teneva tutto: 47,8 piedi lineari, 116 scatole e 10 contenitori di formato più grande) e gliene aveva lasciato le fotocopie, gli avesse regalato una fotocopiatrice. Stesso discorso, amplificato, con i file del computer, all’inizio – lo racconta anche in una intervista – aveva perso dei testi, da quel momento salvava ossessivamente.

A casa sua mi aveva mostrato – faceva fare il giro di casa agli ospiti, da buon meridionale – tre computer, diceva che salvava un dischetto su tutti e tre. Non è immaginabile il suo sconforto quando apprese (era un’ansia transitiva) che Alexander Garcia Düttman, suo amico e allievo, non aveva mai pensato di salvare i testi contenuti nel suo hard disk… E Adami mi ha raccontato che quando partiva da casa sua, a Meina, dopo qualche giorno di permanenza (e dunque di scrittura forsennata), gli lasciava i dischetti del lavoro svolto, non si sa mai…

Era rimasto estasiato quando a New York, nell’ottobre 1999, gli mostrai uno zip, ignorava che esistessero, uno zip con cui potevo portare con me un pezzo importante del mio archivio, «ecco il mio corpus» (anch’io non scherzo, ma rispetto a lui sono rimasto in tutto e per tutto un dilettante). E quando, all’inizio di luglio del 2003, sono andato a trovarlo a casa, Jacques, scosso dalla certezza della malattia e prostrato dalla chemioterapia, non ha potuto trattenere un sorriso di ammirazione quando gli ho mostrato un memory stick, quello che ho nella tasca della giacca adesso, nel momento esatto in cui vi parlo, e in cui, ovviamente, è conservata la memoria che vi leggo. Tutte le pagine sul concetto di archivio con cui ha disseminato il mondo vengono di lì, voglio dire non dal mio memory stick, ma dall’ammirazione con cui lo guardava Jacques.

Un maniaco, un collezionista (nel giardino di casa sua c’era anche il cimitero di tutti i gatti della sua vita, e il parco di tutti gli alberi di Natale trapiantati)? Non saremmo qui a ricordarlo. L’ansia dell’archiviazione, del fissare un momento di vita, del tener ferma la presenza, del rispondere alla domanda su dove finisca il presente quando è passato, era la sua musa filosofica, e questo spiega la sua vicinanza con Heidegger. «La morte è un maestro tedesco», sono i versi di Celan che intitolano la biografia heideggeriana di Safranski, e valgono anche per Derrida, con una differenza, però.

Semplicemente, Derrida non era nazista, e questo non è poco. Cambia tutto: non ci sarebbe stata la decostruzione, non ci sarebbero stati gli spettri di Marx e il libro sugli stati canaglia. Se Heidegger ha scritto il discorso di rettorato, nel ’33, Derrida si è limitato a venire allontanato da scuola, nel ’42, perché ebreo, per ordine di Vichy, e senza che ci fosse un solo tedesco in Algeria. Probabilmente, come Barthelby lo scrivano, avrà pensato: «I would prefer not to», ed è una frase che ha commentato decine di volte.

Ecco, «La morte è un maestro tedesco» va integrato con «preferirei di no». Perché la morte che ispirava Jacques non era nibelungica e astratta, era la scomparsa sua e dei suoi cari. Per esempio, a New York, la volta dello zip, era preoccupato per Marguerite, in Francia, con una bronchite che non voleva passare. Preoccupato era dir poco. Era distrutto. Diceva: «Ci si sente forti, a volte, e poi si scopre quanto si è fragili». «Ogni volta unica, la fine del mondo», come si intitola la raccolta di elogi funebri di amici che ha fatto uscire nel 2003, quando era già malato.

Buon senso, certo, ma eretto a sistema e portato all’estremo, ecco il segreto della filosofia di Derrida, della «iperbolite» che si è diagnosticato. Un’altra volta, nel gennaio 1995, a Torino, avevo organizzato una conversazione a tre, lui, Vattimo e io. Vattimo, a un certo punto, gli chiese se pensava mai alla resurrezione, e con tutta naturalezza Derrida rispose con queste testuali parole (ne ho la registrazione, è poi uscita in Il gusto del segreto):

 

«Non penso che alla morte, ci penso sempre, non passano dieci secondi senza che la sua imminenza mi sia presente. Analizzo continuamente il fenomeno della sopravvivenza, è veramente la sola cosa che mi interessi, ma proprio nella misura in cui non credo alla sopravvivenza post mortem. In fondo, è questo che comanda tutto, tutto ciò che faccio, sono, scrivo, dico.»

 

Dipaniamo con calma questi fili, come li avrebbe chiamati lui, quello della morte e della sopravvivenza; quello della intensità che non viene meno, anzi, è accresciuta dalla idea della morte; e poi, come terzo filo, la depressione che incombeva su di lui, la malinconia dell’uomo di genio (attenzione! non vale la reciproca, non ogni melanconico è geniale).

 

Resurrezione

Primo, la morte e la sopravvivenza. In una testimonianza apparsa su «Le Monde», Jean-Luc Nancy, suo grande amico, ha sostenuto che parlavano spesso, da increduli, di resurrezione, e che Derrida gli diceva, ridendo, che quello che avrebbe preferito di gran lunga era la «resurrezione classica», con corpo e tutto. Ma non poteva crederci, era proprio quella presenza piena che, persino in vita, si sottrae sempre, sono le ultime parole di La voce e il fenomeno, il suo capolavoro filosofico. Figuriamoci dopo la morte. Ed è l’idea che ha cercato di esorcizzare con la scrittura e la differenza, ossia, scrivendo, per l’appunto, conservando delle tracce, e differendo, allontanando il più possibile l’inevitabile, come Sherazade e come tutti.

Era preoccupatissimo delle malattie, semplicemente perché, come ho scritto un mese esatto fa, nella sua commemorazione, era l’uomo più innamorato della vita che io abbia mai conosciuto. Era stato schiantato dalla malattia di sua madre. L’8 dicembre 1988 dovevo vederlo a Parigi, ma lui non venne al Lutétia perché era partito la sera prima, sua madre di era sentita di colpo male. Venne Marguerite, che mi portava il suo ultimo libro, le memorie per Paul de Man; nella dedica, tra parentesi, c’era una postilla strana, «desolato per il mio mancare», che fa il paio con la frase incomprensibile che la madre gli mormorava dal coma, e che riporta in Circonfession: «ho male a mia madre».

In D’ailleurs Derrida, fate caso a un passaggio. Lui non cita mai, non un solo nome proprio, non una persona, tranne, una volta, sua madre. Dice che gli spiace che sua madre sia morta, perché è morta, e perché non ha potuto dirle che la sua vita, sua, di Jacques, di Jakie (che come sapete era il suo vero nome, Jacques era lo pseudonimo) è stata felicissima e infelicissima, la più felice e la più infelice delle vite che si possano immaginare.

La morte di suo padre era avvenuta alla stessa età di quella che fu, poi, la sua. Nel discorso su Benjamin pronunciato quando gli conferirono il premio Adorno a Francoforte, nel settembre 2001, dopo le Twin Towers, girava attorno all’espressione, che Benjamin citava in una lettera alla moglie di Adorno: «je suis fichu», che ha molti sensi, tra cui quello di «sono spacciato». «Je suis fichu», ricordava in quel discorso, era anche quanto gli aveva detto suo padre «quando aveva visto venire la morte» («veder venire», un’altra espressione su cui ha lavorato molto, come sapete, e che è di nuovo una forma d’ansia). La vedeva venire anche lui, come abbiamo visto nell’ottobre di tre anni dopo.

 

Euforia

Ma c’è il secondo motivo, l’euforia. Una felicità sempre cercata, proprio come in Baudelaire. Se a testimone della resurrezione ho citato un amico di Jacques, Nancy, per l’euforia vorrei incominciare citando un nemico, Barry Smith.

Qualche giorno fa, Barry Smith mi ha scritto, in quanto amico suo e di Derrida (ci sono possibilità transitive, come si vede). L’Economist aveva citato la lettera che Smith, nel 1993, aveva scritto al Times, deplorando che Cambridge volesse concedergli l’honoris causa. Nella lettera, Smith aveva attribuito a Derrida l’espressione «logical phallusies», che però non era sua, e l’Economist a questo punto era stato chiamato a una rettifica, che aveva deferito a Smith. Il quale, trovandosi in Germania e lontano da ogni fonte decente, mi ha chiesto qualche pezza d’appoggio. Gli ho risposto che sicuramente «fallogocentrismo» era un genuino conio derridiano, ma che sull’Economist poteva aggiungere che, per quanto sapevo io di Jacques, «logical phallusy» gli sarebbe piaciuta molto.

Un altro racconto, questa volta del suo amico Adami. Andavano a fare jogging la domenica assieme, a Ris-Orangis, per un certo periodo. Si estenuavano. E Jacques a Valerio: «alla fine, ci sarà pure un momento di vero godimento!». Esplosioni fulminanti. Come quando, nel film che gli americani gli hanno dedicato, la giornalista lo segue nel granaio di casa, stipato di libri, e gli rivolge la domanda canonica: «ma li ha letti tutti?». E Jacques: «solo uno o due, ma molto molto bene».

Altra euforia. Siamo nel febbraio 1994, a Capri, con Hans Georg Gadamer, Gianni Vattimo, Giorgio Gargani, Vincenzo Vitiello, Eugenio Trias e Giuseppe Laterza per una discussione preparatoria al libro sulla religione che uscirà l’anno dopo. A cena, Derrida ricorda la scena dei Vitelloni in cui Sordi, superando in macchina degli operai che riparano la strada, gli fa manichetta, o il braccio a ombrello che dir si voglia, accompagnando il gesto di Sraffa con l’apostrofe «Lavoratori, lavoratori della mazza…». Giuseppe Laterza aveva fatto venire un fotografo, che ritrasse, tra il resto, Derrida e Vattimo che facevano per l’appunto il gesto di Sraffa. Quella foto non si trova più, ed è un peccato.

Due anni dopo tornammo a Capri per un libro che poi non si è fatto. Con Vattimo e Derrida scrivemmo una cartolina a Gadamer, che mi sono dimenticato di spedire e che ho qui con me. Derrida scriveva «abbiamo seguito le sue orme», e poi, con quello che è tutto sommato un educato sberleffo, precisava «ieri sera, per esempio, verso i Faraglioni».

Un’altra a Torino, a casa di Vattimo che ci aveva inflitto il video di una sua trasmissione televisiva con Searle. Il giorno dopo, 3 marzo 1989, Jacques mi dà una copia di Limited Inc., la sua furibonda e ironica polemica con Searle, con la dedica «per prolungare un poco la serata torinese con Searle».

Un’altra a Palermo, dopo che gli avevano dato il Premio Nietzsche. Gita a Monreale. Uno gli dice, un po’ bizzarramente, che ricorda Montmartre; e lui: «sì e no». In realtà, come sappiamo, era appassionato del sud, era quella che lui chiamava «nostalgeria». A Rende, nel 1993, era molto contento di trovarsi in Calabria, perché in Algeria c’era l’espressione «Brigands de Calabre», voleva vederli, questi briganti. Finita la cena, facciamo quattro passi. Lui dice di essere molto interessato alla mafia, e in quel momento, da una casa vicina, viene la colonna sonora del Padrino.

Al ritorno, verso Roma, con Gianfranco Dalmasso, Silvano Petrosino e Francesco Garritano alla guida (Jacques era ansiosissimo, ovvio, c’era uno sciopero e temeva di perdere l’aereo), vede Cassino. «È qui che i miei compatrioti hanno combattuto». Ricordava il contingente del generale Juin, e io, stupidamente, gli dissi che però alla fine non avevano combinato niente e gli americani avevano tirato giù il monastero. Mi chiesi subito, e mi chiedo ancora adesso, il perché di quella postilla saccente, infelice e tutto sommato aggressiva. I rapporti con i maestri non sono facili.

 

Depressione

Ce ne sarebbero tanti di ricordi, per esempio giorni bellissimi a Lerici, con Derrida e Giacomo Marramao, che ha voluto organizzare questa giornata. Sarà stato un quindici anni fa. Ma torniamo al filo principale. Le esplosioni reagivano all’idea della morte, alla implausibilità della resurrezione, al suo non volersi abbandonare e rassegnare, alla sua insofferenza, e al suo contatto con la depressione. Ancora un aneddoto, tirando il terzo filo.

È stata, credo, una delle prime volte che ho visto Derrida, nel suo habitat a Parigi. Lo avevo conosciuto per corrispondenza, quando l’8 luglio 1981 mi aveva scritto un biglietto per ringraziarmi di un articolo pubblicato in un fascicolo monografico in suo onore, di Nuova Corrente, curato da Stefano Agosti (mi fa impressione pensarlo, allora lui era poco più vecchio di quanto lo sia io adesso).

Conoscenza letteraria, come Montaigne e Etienne de la Boëtie (bisogna pur avere dei modelli nella vita). Poi lo avevo visto, per la prima volta, un paio di anni dopo, al Goethe Institut di Roma durante un convegno su Benjamin in cui aveva letto il suo saggio sulla traduzione, Des tours de Babel, ricordo che c’era anche Enrico Filippini, che seguiva il convegno per Repubblica e che sarebbe morto di lì a poco.

In quel giro d’anni, precisamente nell’autunno del 1983, lo avevo incontrato a Parigi, in rue Descartes, dove stava fondando con altri (e fra tante controversie) il Collège International de Philosophie. Era molto stanco, e stremato da quelle incombenze burocratiche che ovviamente non erano il suo pane (più tardi, in un ricordo di Deleuze, aveva scritto che anche lui gli chiedeva perché dilapidasse tutto quel tempo). Era preoccupato sia di non lavorare «in senso nobile» (così si era espresso), sia del fatto che i saggi si accumulassero senza che trovasse il tempo per metterli in ordine (il risultato sarà la monumentale raccolta di Psyché).

E il detto memorabile? Tutto questo, mi spiegava, gli dava una grande depressione. Gli ricordai che scrivere, secondo Freud, avviene in condizioni ottimali quando si è depressi. E lui: «Oui, mais il parlait d’une liève dépression. Une liève dépression».

Come è noto, Derrida aveva attraversato, da giovane, momenti di grandissima depressione, in particolare all’arrivo in Francia, nel 1949, e poi, dieci anni dopo, nell’anno in cui aveva insegnato al liceo di Le Mans. Era stato tra i primi a essere curato con degli antidepressivi. Un episodio che avevo ricordato molti anni dopo, al telefono, con Marguerite, poco prima che Jacques morisse. Marguerite mi diceva che effettivamente deprime rendersi conto che tutto quello per cui abbiamo lavorato può risolversi in un liceo dove i colleghi parlano soltanto di vacanze e di sport. Questo liceo può essere universale.

La depressione che lo coglieva negli ultimi mesi, malato, era anche l’assenza del rimedio fondamentale, il viaggio.

 

Di fronte alla legge (di Murphy)

«E questa famosa ontologia ansiosa? Sinora lei ci ha parlato solo di aneddoti, di forti ansie e di forti depressioni, e anche di euforie. Ma la filosofia, la filosofia, dov’è?» Certo, potrei raccontarvela, la filosofia, ma tanto la conoscete, siamo qui per questo, perché la conosciamo. La decostruzione è stato fare i conti con tutte queste ansie, e con tutte le ansie del mondo.

Ma, a esprimersi filosoficamente, l’ontologia in questione, il nocciolo del pensiero di Derrida e della sua e nostra ansia, è: se qualcosa è possibile, allora necessariamente bisogna tenerne conto, e questa possibilità non è un accidente, ma rientra nell’essenza della cosa. Derrida la trae da Husserl, che nelle Idee (§§ 86, 135, 140) parla per l’appunto di una «possibilità essenziale» o di una «possibilità necessaria».

E la applica, Derrida, con la costanza della legge di Murphy: se qualcosa può andar storto, allora necessariamente andrà storto; o, come diceva Pascal parlando della vita, per bella che sia stata la commedia, il finale è sempre tragico. La morte è l’essenza della vita, bisogna tenerne conto, ed è per questo che si scrive, per fermare una presenza che sin dall’inizio è in via di estinzione.

Questo, quando le cose vanno bene, se così possiamo dire. Ma possono andare ancora peggio. Si può addirittura equivocare, o sbagliare tutto, è questo il motivo dell’equivoco radicale che appare così potente nella filosofia di Derrida, e che si è spesso frainteso come una esortazione al disordine. Alla certezza greca si aggiunge una inquietudine ebraica, «Greekjew is Jewgreek, extremes meet», è la frase di Joyce che poneva in esergo al saggio su Levinas, Violenza e metafisica. Potremmo aver sbagliato tutto, ecco il punto. Sempre a Meina, nel luglio scorso, Jacques ricordò l’interpretazione di Kafka del sacrificio di Isacco: Abramo si era semplicemente sbagliato, Dio non gli aveva chiesto un bel niente.

Ecco l’equivoco radicale, il dubbio dell’ultimo momento. Non era quello che diceva Husserl prima di morire, scrivendo a Edith Stein, in una lettera che Jacques cita alla fine della sua Memoria del 1953-54 sul problema della genesi nella filosofia di Husserl dove, è impressionante, c’è già tutto Derrida? Ecco il passo: «Non sapevo che fosse così duro morire. Eppure mi sono talmente sforzato, lungo tutta la mia vita, di eliminare ogni futilità!... [...] Proprio ora che arrivo al termine e che tutto è finito per me, so che devo riprendere tutto dall’inizio…». E non c’è più tempo. La festa è finita, si è fatta sera, e la tartaruga è ancora lì, non si è manco mossa.

Ritorniamo al pic nic degli animali. È Kafka puro. Apriamo Di fronte alla legge, che Derrida aveva commentato tante volte, sapete la storia: l’uomo di campagna va di fronte alla porta della legge, parla col guardiano, chiede di entrare. Il guardiano non lo lascia entrare, anzi lo spaventa: dopo una porta ce ne è un’altra, gli dice, con un altro guardiano ancora più terribile, e poi una terza, e che il guardiano che la controlla è talmente tremendo che nemmeno lui, il primo guardiano, può sostenerne lo sguardo. Passano gli anni, passa tutta una vita, l’uomo di campagna sta morendo. Leggiamo le ultime righe.

 

«Prima della morte tutte le nozioni raccolte in quel lungo tempo gli si concentrano nel capo in una domanda che non ha mai posta al guardiano; e gli fa cenno, poiché la rigidità che vince il suo corpo non gli permette più di alzarsi. Il guardiano deve abbassarsi grandemente fino a lui, dato che la differenza delle stature si è modificata a svantaggio dell’uomo. ‘Che cosa vuoi sapere ancora?’ domanda il guardiano, ‘sei proprio insaziabile.’ ‘Tutti si sforzano di arrivare alla legge,’ dice l’uomo, ‘e come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?’ Il guardiano si accorge che l’uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: ‘Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo’.»

 


 

[i] Letto all’Università di Roma Tre il 9 novembre 2004.

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